Copertina Giù la cortina

È appena stato pubblicato da Donzelli Editore Giù la cortina. La fine delle dittature nell’Europa dell’Est (Der Vorhang geht auf. Das Ende der Diktaturen in Osteuropa) di György Dalos, da me tradotto dal tedesco.

György Dalos, scrittore, storico e saggista nato a Budapest nel 1943, si è trasferito in Germania negli anni Settanta in seguito alla sua partecipazione al movimento di opposizione democratica ungherese (per la quale ha subito anche condanne e censure). Oggi vive a Berlino, dove ha diretto l’Istituto di cultura ungherese fino al 1999 e dove va ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Adelbert von Chamisso nel 1995 e la medaglia d’oro della Repubblica ungherese nel 2000.

Anima doppiamente europea, allo stesso tempo orientale e occidentale, Dalos si racconta così in una riflessione scritta nel maggio del 2009 per la Badische Zeitung in vista delle elezioni europee di giugno:

Solo a poco a poco mi sono reso conto di vivere allo stesso tempo in due Europa distinte, il che sollevava quasi con urgenza la domanda: quale delle due devo considerare il mio continente? La metà occidentale, con le sue istituzioni efficienti, i collaudati rituali di tolleranza, i sistemi sanitari dotati di fondi e le irresistibili offerte speciali? Oppure i paesi dell’ex area socialista, con le loro stazioni sgangherate, gli insediamenti pericolanti all’ombra di lussuosi palazzi nuovi di zecca, con atroce povertà e ostentata ricchezza a crescere di pari passo, con la loro frustrata cultura dell’odio, l’aggressiva libertà dei media e i primi goffi tentativi di trovare se stessi nel bel mondo nuovo?

DalosEd è da questo punto di vista di testimone privilegiato, contemporaneamente sguardo esterno e interno, che in Giù la cortina descrive lo straordinario momento storico vissuto nel 1989 da Polonia, Ungheria, Ddr, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania, paesi che dopo decenni di dominio sovietico avviano finalmente un processo democratico. Dalos ricostruisce in dettaglio gli eventi che determinarono la caduta della Cortina di ferro e con l’ironia e l’acume che lo caratterizzano, dà voce ai protagonisti (uomini politici, ma anche gente comune), portando il lettore nei luoghi che fecero da scenario a quelle vicende.

La fuga in massa dei cittadini della Ddr oltre il confine ungherese, Václav Havel e Aleksander Dubček che si presentano dinanzi alla folla entusiasta di piazza Venceslao a Praga, Ceauşescu e la sua dittatura processati sotto gli occhi del mondo furono l’esito di un susseguirsi di reazioni a catena che colsero impreparata l’opinione pubblica, sorpresa di fronte alla rapidità con cui crollò l’intero sistema.

A distanza di vent’anni le contraddizioni non mancano, ma non c’è dubbio che il 1989 innescò un euforico e irrefrenabile senso di libertà. Proprio in quei giorni, sotto la spinta dell’impegno civile e delle lotte di milioni di persone, furono gettate le basi per la costruzione di una nuova coscienza europea.

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paradiso

È uscito oggi per Fandango Libri Un paradiso all’inferno (A Paradise Built in Hell) di Rebecca Solnit, tradotto da Andrea Spila con la partecipazione di Andrea Grechi e mia.

Rebecca Solnit è una saggista e attivista statunitense, considerata da alcuni l’erede di Susan Sontag. In Un paradiso all’inferno ci racconta di come le comunità colpite da gravi disastri siano in grado di  auto-organizzarsi spontaneamente in iniziative di altruismo e solidarietà che finiscono per renderle delle società migliori, a volte anche dopo il disastro.

Il libro è diviso in cinque grandi sezioni dedicate a singoli disastri: il terremoto di San Francisco del 1906, quello di Città del Messico del 1985, l’esplosione di Halifax del 1917 (traduzione di Andrea Spila), l’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 (traduzione mia) e l’uragano Katrina nel 2005 a New Orleans (traduzione di Andrea Grechi).

Andrea Spila ha poi scritto un intenso capitolo che fa da appendice all’edizione italiana del libro: qui ha raccolto la sua esperienza e i suoi incontri con la variegata umanità che ha immediatamente reagito al disastro abruzzese senza aspettare l’aiuto dalle istituzioni e che ha contribuito alla rinascita di una società fatta di relazioni, mutuo soccorso e creatività.

E il capitolo aquilano rappresenta in qualche modo l’abbraccio ideale di tutti e tre i traduttori di Un paradiso all’inferno a una città che per ciascuno di noi riveste ruoli e significati che vanno ben al di là di una notizia di cronaca (per me come ex studentessa e oggi docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia, per Andrea Spila per le sue numerose esperienze di formatore, ultima delle quali al Master in Traduzione e Redazione Tecnica dell’università, per Andrea Grechi per legami familiari).

Per questo il 29 settembre abbiamo accompagato l’autrice in una serie di incontri tenutisi all’Aquila presso la tensostruttura dell’Università (a Coppito), e a Onna, la località maggiormente colpita dal quanto riguarda l’incidenza statistica delle vittime. La concomitanza nello stesso giorno di tesi di laurea all’università e di consegna di case in diverse zone della città ha fatto sì che la presenza di pubblico e media potesse essere maggiore, ma non ha tolto intensità all’evento.

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Nella foto: Rebecca Solnit e Andrea Spila durante un momento dell’incontro Da San Francisco a L’Aquila. Le piccole, grandi rivoluzioni della società civile

Ciao Nanda, con te se ne va una grande traduttrice, una grande scrittrice, una grande idealista, una grandissima donna.

Da oggi siamo tutti più poveri.

amore guarda per sitoÈ uscita per Coconino Press la mia traduzione dal tedesco e dall’inglese della graphic novel L’amore guarda da un’altra parte, titolo originale Liebe schaut weg, di Line Hoven.

Line Hoven è una delle punte di diamante del nuovo fumetto tedesco. Nata a Bonn, ha lavorato a lungo come costumista per il teatro stabile di Kassel, per po studiare arti visive nella stessa città. Dopo un paio d’anni i suoi studi si sono orientati sull’illustrazione. Lavora tuttora come illustratrice e grafica freelance. Liebe schaut weg è il suo primo libro e ha vinto il premio ICOM per il miglior fumetto indipendente del 2008.

Figlia di un tedesco e di un’americana, l’autrice racconta la storia di come si è formata la sua famiglia, partendo dai nonni paterni durante il Reich da una parte, e da quelli materni negli USA antitedeschi dall’altra. L’amore e la delicatezza con cui sceglie di raccontare questa storia si concretizzano anche nella tecnica in cui ha scelto di raccontarla: 3 anni di paziente incisione di lastre di cartone rivestito di uno strato di gesso e di uno di inchiostro, quelli che in Italia pare siano chiamati col nome inglese scraperboard o scratchboard.

Le sezioni delle storie sono introdotte da riproduzioni di veri documenti d’epoca (foto, biglietti, fatture di elettrodomestici): il libro inizia con una scena dall’infanzia hitleriana del nonno, un bambino che ripara una radio ed è prima deliziato dalla musica che ne proviene, poi sente che è di Mendelsson, compositore ebreo, si spaventa, spegne, va a dormire inquieto. Il giorno dopo, all’amico che gli chiede se sia poi riuscito a riparare la radio, dice che è rotta.
Cambio di tempo e di spazio: l’incontro tra i nonni materni di Line in America su una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Lui rivela di voler partire per combattere i tedeschi, ma i genitori preferiscono che trovi un lavoro tranquillo; animato dallo spirito patriottico decide di iscriversi di nascosto all’ufficio di reclutamento di un altro Stato, ma non passa la visita militare. Così sposa la ragazza conosciuta sul ghiaccio.

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Reinhard e Charlotte, il figlio e la figlia di questi nonni si incontrano quando lei va a studiare il tedesco in Germania. Il padre di lei, ancora e sempre un patriota antitedesco, non riesce ad accettare l’unione, ma i due vanno avanti, convinti, si sposano e inizialmente decidono di vivere in USA. Lui però è un medico ed è difficile svolgere il suo mestiere senza capire perfettamente cosa gli dicono i pazienti. Si trasferiscono in Germania e quella diventa definitivamente casa, per loro e per la loro bambina Line.

Pagine in bianco e nero di pura e delicata cronaca, collage di pezzi di memoria (la foto del primo incontro dei genitori è un rettangolo mancante), ma ben raccolti.
Annotazione linguistica: le parti ambientate in Germania hanno i dialoghi in tedesco, mentre i dialoghi svolti negli USA sono completamente in inglese. Reinhard e Charlotte parlano uno splendido misto di tedesco e inglese con qualche interferenza e qualche errore grammaticale. Delizioso.

Sisma
Povera amatissima città, da quasi quindici anni una seconda casa per me.
Poveri amici aquilani, privati di tutto e della loro stessa identità.
Poveri bei palazzi del centro storico, ora ammasso di macerie.

L’Aquila bella, aspetterò che tu torni a volare.

EST

Nasce la European School of Translation, la scuola di formazione online per chi lavora traducendo e per chi aspira a farlo.

Nata dall’incontro tra AlfaBeta, agenzia che opera da vent’anni nel settore delle traduzioni di qualità, e i docenti e traduttori professionisti del master in Traduzione e redazione tecnica dell’Università dell’Aquila, EST offre:

  • notizie utili per traduttori alle prime armi e professionisti esperti
  • webinar di formazione e aggiornamento
  • corsi di formazione online e in presenza
  • webcast e informativi e di intrattenimento

Chiunque desideri partecipare alla community di EST potrà intervenire commentando le notizie, gli spunti, le riflessioni e i consigli forniti dalla vivace redazione del sito, nonché iscriversi per ricevere le segnalazioni delle ultime novità e dei corsi online che man mano saranno organizzati.

Tra le proposte di EST segnalo (con un pizzico di orgoglio e di timidezza) anche il webcast gratuito quindicinale Tradurre, condotto da me e da Andrea Spila: a metà tra la trasmissione radiofonica e il talkshow di approfondimento, Tradurre vuole essere soprattutto un’occasione di confronto e di scambio tra professionisti e colleghi che si affacciano al mondo della traduzione.

Sulla pagina del webcast potete già vedere e ascoltare la puntata pilota registrata con Laura Bocci, che ha confrontato e commentato quattro diverse traduzioni di un racconto di Kafka, mentre giovedì 12 marzo incontreremo Mirko Silvestrini, presidente di FEDER.CEN.TR.I (Federazione Nazionale dei Centri di Traduzione ed Interpretariato) per parlare di norme europee di qualità delle traduzioni.

Potevo cantare e chiamare quanto volevo: il vecchio Reno non mi sentiva. Quando mi voltai mestamente e guardai lì dove un tempo sorgeva il mio mulino, vidi mia madre, la bella Loreley, seduta sulla ruota rovesciata del mulino con le sue sette damigelle.

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È stata pubblicata da Donzelli Editore la riedizione della Fiaba del Reno di Clemens Brentano (impreziosita da meravigliose riproduzioni di dipinti di artisti dell’Ottocento sul tema, come la Loreley di Krupa-Krupinski qui sopra), un lavoro filologico basato sulla più recente edizione critica del Rheinmärchen e condotto in un meraviglioso lavoro di squadra da me, Laura Bocci e Camilla Miglio (inoltre Monica Lumachi si è occupata di tutti gli apparati critici): Laura e io abbiamo rispettivamente tradotto metà del testo in prosa, Camilla si è misurata con le rime dei Lieder brentaniani con superbe riscritture in italiano. L’intero periodo del lavoro è stato scandito da periodiche riunioni con piacevolissime sedute di letture e ascolto ad alta voce, in riva al mare o nella verde campagna… nel migliore stile romantico!

La nostra traduzione della Fiaba del Reno si pone, fin dalla scelta del titolo al singolare, con un approccio nuovo rispetto a un testo che nelle precedenti traduzioni in italiano di Giovanna Federici Airoldi (1962), di Lisa Coeta (1968) e di Silvana Marini (1993) presentava a nostro avviso alcuni limiti: da un’attenta comparazione con l’originale alcune scelte traduttive risultavano poco filologiche, in alcuni punti erano state omesse parole o intere righe, e parti concepite dall’autore in versi erano state rese in prosa. A queste considerazioni di carattere filologico si aggiungeva in generale uno stile ormai sempre più lontano dalla sensibilità degli attuali potenziali lettori di un’opera pur così densa di motivi di interesse, ma calcificata in una tradizione che aveva finito per imbrigliarne anche la vivacità.

fiaba del renoAbbiamo così deciso di accostarci al testo in modo nuovo e, in qualche modo, rischioso: rinunciando cioè a fare riferimento a qualsivoglia punto fermo fissato dalla tradizione traduttiva preesistente e osando dei cambiamenti anche radicali. Ne sono un esempio le numerose reinvenzioni operate sui nomi dei personaggi, dettate dal nostro gusto e dal proposito di restituire loro significato e freschezza: il mugnaio Radlauf passa allora dal tradizionale e mai modificato nome italiano Corrirota a un più immediato ed efficace Macinino, Grubenhansel passa da Nannimina al più epitetico e tedesco Hans della Miniera, il sartorello Sieben auf einem Streich dal noto Ammazzasette all’accumulativo Setteinuncolpo, e per diversi sistemi di nomi (le antenate di Macinino, i settetti delle loro ancelle dai nomi ispirati agli elementi naturali, vari personaggi accomunati da caratteristiche sociali) ci siamo dedicate a una ricerca minuziosa di nomi che congiungessero regolarità formali e di contenuto come nell’originale.

Particolare cura di questa traduzione è restituire alle storie del Reno la ricchezza di fiabe d’arte, nell’alternanza dei registri alto e basso, lirico ed epico, e dare spazio alla potenza assoluta delle fantasmagoriche invenzioni di Clemens Brentano. Per questo l’opera è stata candidata al premio “Città di Monselice” per la traduzione letteraria e scientifica.

brentano-clemens1Clemens Brentano (1778-1842), tedesco di origine italiana, appartiene alla più romantica delle famiglie europee: fratello della scrittrice Bettina, cognato e amico fraterno dello scrittore Achim von Arnim, figlio di una delle amiche più intime di Goethe.
Talento geniale, erotico e mistico, chitarrista vagabondo, enfant terrible dei salotti romantici, demoniaco ma capace di votarsi al capezzale di una monaca stigmatizzata, è stato anche un grandissimo conoscitore e reinventore del patrimonio di canti e fiabe della cultura europea.

La Fiaba del Reno incarna uno dei suoi momenti più alti, di immediato godimento per i più giovani, compresi i bambini, e di deliziosa lettura per gli adulti. In queste storie affascinanti, che rileggono in chiave colta le molteplici radici folkloriche della fiaba europea, il mondo del Reno, insieme reale e fantastico come ogni sogno sa essere, si popola di animali parlanti, di ondine e di sirene. Troneggia al suo centro la bella Loreley, l’eroina acquatica più famosa e fatale; ma vi compare anche il Vecchio Padre Reno in persona, che favorisce amori e amicizie, ma che sa punire con severità gli empi; e poi, principesse, fanciulle infelici, matrigne e sorellastre, mercanti e imbroglioni, girovaghi e artigiani… e perfino una creatura come Radice Verbale, che rivela a un vecchio contadino: “io sono la fata del suolo tedesco, e mi chiamo Radice Verbale. Ti ho sempre amato per il Tedesco bello, puro e corretto che parli, e per questo ti ho ricoperto di benedizioni.

Brentano raccontava queste fiabe a grandi e piccini, davanti al camino o nei salotti che soleva frequentare, con lo scopo principale del godimento condiviso, nella comunità degli amici. Forse per questo non ne patrocinò la pubblicazione, che avvenne solo dopo la sua morte.

Il web 2.0 rappresenta l’evoluzione della rete da strumento di consultazione a strumento di social networking: tutti possono contribuire popolando e alimentando il web con i propri contenuti.

Molti usi e applicazioni del web 2.0, tuttavia, più che su contenuti sono basati su forme, e più che sulla condivisione sociale sulla presenza autoreferenziale: per essere comunità basta essere iscritti sotto lo stesso dominio, avere amici è cercare e creare pure connessioni. Risvolti sociali e derive semantiche di una rivoluzione non sempre in positivo.

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1. Nuovi stili di comunicazione

L’espressione web 2.0 racchiude molti dei fenomeni che caratterizzano la rete com’è attualmente utilizzata e concepita, tanto dagli addetti ai lavori quanto dagli utenti comuni. Pochi tra questi ultimi, in realtà, conoscono l’etichetta che riunisce tali fenomeni (qui un esempio accademico), o quali siano esattamente le questioni e gli aspetti coinvolti (per approfondire, qui 19 riflessioni italiane sul web 2.0).

In generale il web 2.0 rappresenta l’evoluzione della rete da strumento di consultazione a strumento di creazione, condivisione e socializzazione, come mostrato in modo appunto creativo, autoprodotto e condiviso da Michael Wesch, professore di antropologia alla Kansas State University, col riuscito video The machine is Us/ing Us). Anche un articolo pubblicato sull’autorevole Wired e intitolato We are the web sottolinea la portata rivoluzionaria di tale passaggio, avvenuto idealmente in un preciso decennio, dal 1995 al 2005.

Ed è del 2006 la storica copertina della rivista americana Time, dedicata per ogni ultimo numero di dicembre (dal 1927) al protagonista dell’anno in chiusura: al posto del noto personaggio politico o culturale di turno, in copertina appare uno schermo di computer dalla superficie a specchio. Il protagonista del 2006 è You:

Time - You

Le donne e gli uomini che hanno fatto la storia nel 2006 non hanno firmato trattati, compiuto imprese eroiche, aperto o chiuso guerre, ma scritto le voci di Wikipedia, condiviso fotografie e filmati con flickr e YouTube, creato enormi comunità sulla piattaforma di MySpace, scritto milioni di post per milioni di blog. Hanno cioè collaborato su scala mondiale in modo mai visto prima.

2. L’utile e il futile

Oggi un computer collegato alla Rete può offrirci di tutto: notizie costantemente aggiornate, giornali e libri da leggere, programmi televisivi e radiofonici da riascoltare quando preferiamo, previsioni del tempo, un’enciclopedia in continua evoluzione, immagini satellitari di qualunque luogo del pianeta, indicazioni stradali, leggi, modulistica, manuali d’uso, numeri di telefono, negozi virtuali, musica, filmati e foto in una quantità che non riusciremmo a vedere in una vita. E poi blog, forum e migliaia di piattaforme di contatto e scambio tra utenti.

La linfa vitale dell’idea contemporanea di rete è il concetto di connessione: connessione tra siti, tra idee, tra utenti. E il web 2.0 ha indubbiamente fatto fiorire in rete numerose nuove forme di comunicazione e condivisione di pubblica utilità.

Parallelamente, però, si sono sviluppate anche forme di comunicazione fini a se stesse, di carattere autoreferenziale o fintamente sociale. In fondo si sa che ogni strumento può essere usato per fini positivi o negativi. Per fare un esempio immediato e presente alla conoscenza collettiva, pensiamo a YouTube e a chi lo usa per diffondere bravate da scuola, per documentare l’infrazione di limiti di velocità in auto o in moto oppure per mostrare scene di violenza gratuita. Semplicemente perché vuole e può farlo.

La parola avatar viene dalla lingua sanscrita e indica le incarnazioni assunte dalle divinità quando devono svolgere determinati compiti sulla terra (ava “disceso” + tara “terra”). Nel gergo web l’avatar è l’immagine che identifica un utente insieme al proprio nickname. Evidentemente in qualche modo la parola ha trasferito anche nel nuovo significato il senso di onnipresenza e onnipotenza.

3. Autoreferenzialità e marketing

Nel 1968 Andy Warhol disse: “In the future, everyone will be world famous for 15 minutes.” Come non dargli ragione nell’epoca della febbre da 2.0? In molti casi la possibilità di mettere in rete parti di sé ha preso i contorni di un’autoreferenzialità simile a quella che anima chi partecipa ai reality show: non è più importante avere qualcosa da dire e da dare. L’importante è esserci ed essere visibili.

E proprio nello stesso Time della copertina You è apparso anche un interessante articolo che sottolinea gli aspetti di inutilità e, più pericoloso, di depistaggio mentale legati all’uso 2.0 del web, in cui le dinamiche più potenti sono quelle legate alla costante celebrazione di se stessi. La questione potrebbe restare marginale se riguardasse soltanto la preferenza individuale per l’una o l’altra forma di espressione, più o meno imbarazzante. Diventa invece più problematica quando si riflette sul fatto che oggi per un utente del web è virtualmente possibile trascorrere l’intera giornata a consumare soltanto i contenuti che desidera vedere e sentire:

The problem is that there’s a lot of information out there that citizens in an informed democracy need to know in our complicated world with U.S. troops on the ground along two major fronts. Millions of Americans have come to regard the act of reading a daily newspaper – on paper – as something akin to being dragged by their parents to Colonial Williamsburg. It’s a tactile visit to another time… flat, one-dimensional, unexciting, emitting a slight whiff of decay. It doesn’t refresh. It offers no choice. Hell, it doesn’t even move. Worse yet: nowhere does it greet us by name. It’s for everyone.

Ma cosa succede al dialogo se tutti si parlano addosso e contemporaneamente? Quanto il social networking è ancora sociale e quanto autoreferenziale? Persi nella rete, non facciamo più amicizia ma creiamo mere connessioni: non esattamente quello che intendeva Cicerone. Anche il profeta del web 2.0 Tim O’Reilly (che passa ore a creare complicati grafici sull’argomento e li posta sul proprio Flickr) ha espresso una nota critica sulle magnifiche sorti e progressive del web 2.0: troppe richieste di “amicizia” da parte di sconosciuti. C’è il dubbio che qualcosa stia sfuggendo di mano.

Portali come MySpace o Facebook raccolgono milioni di utenti (a queste comunità si deve anche la nascita dell’espressione Second Life, poi passata a indicare un servizio 2.0 a sé), ma molti di essi non rappresentano persone, idee e sentimenti reali, bensì identità false o anche grandi multinazionali (su MySpace si può far parte degli amici di Burger King). Perché? Perché tutte quelle pagine di utenti registrati rappresentano un enorme spazio pubblicitario, piattaforme su cui piazzare prodotti, redditizie a seconda del target e del numero di amici al seguito. La maggior parte dei servizi web 2.0 incentiva gli utenti a stabilire la maggior quantità possibile di collegamenti con altri utenti dello stesso servizio, linkandoli o invitandone di nuovi. Così nella seconda vita il valore sociale di un individuo è legato alla quantità di contatti che è in grado di vantare, e le regole dell’amicizia sono spesso un po’ diverse da quelle della vita reale. E anche il numero degli amici:

Doonesbury 061202

4. Servizi di pubblica inutilità

Concludo con alcuni esempi di eccesso 2.0, ennesimi servizi con nomi strani e pericolosi per la privacy, che però che forniscono ai propri utenti protagonismo e spirito di comunità a buon mercato chiedendo loro non di generare (con fatica e pensiero) contenuti o conoscenza da condividere, ma solo di dare semplici risposte a domande precise come:

What do you want to do with your life? (43 thingsList your goals, Share your progress, Cheer each other on);

What are you doing? (twittercommunicate and stay connected through the exchange of quick, frequent answers to one simple question);

What software do you use? (WakoopaWhy? Because what you use on your desktop is who you are!);

Where are you now? (WAYNSee where your friends are and what they are up to! Meet people who will be in the same place as you!);

Quali utenti di MySpace sono morti recentemente? (MyDeathSpace.comATTENTION: Before submitting a new death, please check the directory first).

Potrebbero sembrare servizi inutili. In realtà aiutano tutti a sentire spirito di appartenenza e a riempire più caselle dell’indispensabile maglietta Are you social? per segnalare al mondo della First Life le proprie affiliazioni 2.0.

Speriamo di non finire per saper comunicare solo così.

ecografia 2.0

Alighiero Boetti - Afghanistan, 1988-89. MartDal 10 novembre e fino al 6 aprile 2008 è allestita al MART (Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto) la mostra La parola nell’arte, un excursus su parole e lettere usate come elementi visuali, dalle prime avanguardie del ‘900 fino alla contemporaneità.

L’esposizione presenta oltre 800 lavori tra oli, disegni, collage, manoscritti, fotografie e video, con opere spesso inedite per autori più noti per la loro ricerca pittorica che per la sperimentazione nel campo delle ricerche verbo-visuali.

Alighiero Boetti – Afghanistan, 1988-89, Mart.

Peccato che Rovereto non sia proprio dietro l’angolo, ma fino ad aprile chissà…

Silvio Berlusconi un paio di giorni fa su Anna Finocchiaro, capogruppo dei Democratici al senato:

«È una donna, ma è molto brava. È sempre rimasta sul pezzo, ed è riuscita a tenere unito il suo gruppo».

Non c’è niente di strano, infatti tutti sanno che le donne

  • non sono brave
  • non sanno gestire un gruppo.

Così il Corriere della Sera online non ritiene di dover commentare la notizia, e per Repubblica non esiste nemmeno la notizia.

mela

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