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È appena stato pubblicato da Donzelli Editore Giù la cortina. La fine delle dittature nell’Europa dell’Est (Der Vorhang geht auf. Das Ende der Diktaturen in Osteuropa) di György Dalos, da me tradotto dal tedesco.
György Dalos, scrittore, storico e saggista nato a Budapest nel 1943, si è trasferito in Germania negli anni Settanta in seguito alla sua partecipazione al movimento di opposizione democratica ungherese (per la quale ha subito anche condanne e censure). Oggi vive a Berlino, dove ha diretto l’Istituto di cultura ungherese fino al 1999 e dove va ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Adelbert von Chamisso nel 1995 e la medaglia d’oro della Repubblica ungherese nel 2000.
Anima doppiamente europea, allo stesso tempo orientale e occidentale, Dalos si racconta così in una riflessione scritta nel maggio del 2009 per la Badische Zeitung in vista delle elezioni europee di giugno:
Solo a poco a poco mi sono reso conto di vivere allo stesso tempo in due Europa distinte, il che sollevava quasi con urgenza la domanda: quale delle due devo considerare il mio continente? La metà occidentale, con le sue istituzioni efficienti, i collaudati rituali di tolleranza, i sistemi sanitari dotati di fondi e le irresistibili offerte speciali? Oppure i paesi dell’ex area socialista, con le loro stazioni sgangherate, gli insediamenti pericolanti all’ombra di lussuosi palazzi nuovi di zecca, con atroce povertà e ostentata ricchezza a crescere di pari passo, con la loro frustrata cultura dell’odio, l’aggressiva libertà dei media e i primi goffi tentativi di trovare se stessi nel bel mondo nuovo?
Ed è da questo punto di vista di testimone privilegiato, contemporaneamente sguardo esterno e interno, che in Giù la cortina descrive lo straordinario momento storico vissuto nel 1989 da Polonia, Ungheria, Ddr, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania, paesi che dopo decenni di dominio sovietico avviano finalmente un processo democratico. Dalos ricostruisce in dettaglio gli eventi che determinarono la caduta della Cortina di ferro e con l’ironia e l’acume che lo caratterizzano, dà voce ai protagonisti (uomini politici, ma anche gente comune), portando il lettore nei luoghi che fecero da scenario a quelle vicende.
La fuga in massa dei cittadini della Ddr oltre il confine ungherese, Václav Havel e Aleksander Dubček che si presentano dinanzi alla folla entusiasta di piazza Venceslao a Praga, Ceauşescu e la sua dittatura processati sotto gli occhi del mondo furono l’esito di un susseguirsi di reazioni a catena che colsero impreparata l’opinione pubblica, sorpresa di fronte alla rapidità con cui crollò l’intero sistema.
A distanza di vent’anni le contraddizioni non mancano, ma non c’è dubbio che il 1989 innescò un euforico e irrefrenabile senso di libertà. Proprio in quei giorni, sotto la spinta dell’impegno civile e delle lotte di milioni di persone, furono gettate le basi per la costruzione di una nuova coscienza europea.


È uscito oggi per Fandango Libri Un paradiso all’inferno (A Paradise Built in Hell) di Rebecca Solnit, tradotto da Andrea Spila con la partecipazione di Andrea Grechi e mia.
Rebecca Solnit è una saggista e attivista statunitense, considerata da alcuni l’erede di Susan Sontag. In Un paradiso all’inferno ci racconta di come le comunità colpite da gravi disastri siano in grado di auto-organizzarsi spontaneamente in iniziative di altruismo e solidarietà che finiscono per renderle delle società migliori, a volte anche dopo il disastro.
Il libro è diviso in cinque grandi sezioni dedicate a singoli disastri: il terremoto di San Francisco del 1906, quello di Città del Messico del 1985, l’esplosione di Halifax del 1917 (traduzione di Andrea Spila), l’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 (traduzione mia) e l’uragano Katrina nel 2005 a New Orleans (traduzione di Andrea Grechi).
Andrea Spila ha poi scritto un intenso capitolo che fa da appendice all’edizione italiana del libro: qui ha raccolto la sua esperienza e i suoi incontri con la variegata umanità che ha immediatamente reagito al disastro abruzzese senza aspettare l’aiuto dalle istituzioni e che ha contribuito alla rinascita di una società fatta di relazioni, mutuo soccorso e creatività.
E il capitolo aquilano rappresenta in qualche modo l’abbraccio ideale di tutti e tre i traduttori di Un paradiso all’inferno a una città che per ciascuno di noi riveste ruoli e significati che vanno ben al di là di una notizia di cronaca (per me come ex studentessa e oggi docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia, per Andrea Spila per le sue numerose esperienze di formatore, ultima delle quali al Master in Traduzione e Redazione Tecnica dell’università, per Andrea Grechi per legami familiari).
Per questo il 29 settembre abbiamo accompagato l’autrice in una serie di incontri tenutisi all’Aquila presso la tensostruttura dell’Università (a Coppito), e a Onna, la località maggiormente colpita dal quanto riguarda l’incidenza statistica delle vittime. La concomitanza nello stesso giorno di tesi di laurea all’università e di consegna di case in diverse zone della città ha fatto sì che la presenza di pubblico e media potesse essere maggiore, ma non ha tolto intensità all’evento.

Nella foto: Rebecca Solnit e Andrea Spila durante un momento dell’incontro Da San Francisco a L’Aquila. Le piccole, grandi rivoluzioni della società civile

Povera amatissima città, da quasi quindici anni una seconda casa per me.
Poveri amici aquilani, privati di tutto e della loro stessa identità.
Poveri bei palazzi del centro storico, ora ammasso di macerie.
L’Aquila bella, aspetterò che tu torni a volare.
con un’immagine metaforica di quello che succede nell’aula del Master in Traduzione e redazione tecnica durante le lezioni:

(la realtà è che volevo finalmente vedere un’immagine in questa pagina)
So già che questa classe mi mancherà quando sarà tutto finito. Certo non è il massimo iniziare a sentire nostalgia già fin dall’inizio del corso:
a Leo.


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