Non è tutto oro quel che è 2.0

Il web 2.0 rappresenta l’evoluzione della rete da strumento di consultazione a strumento di social networking: tutti possono contribuire popolando e alimentando il web con i propri contenuti.

Molti usi e applicazioni del web 2.0, tuttavia, più che su contenuti sono basati su forme, e più che sulla condivisione sociale sulla presenza autoreferenziale: per essere comunità basta essere iscritti sotto lo stesso dominio, avere amici è cercare e creare pure connessioni. Risvolti sociali e derive semantiche di una rivoluzione non sempre in positivo.

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1. Nuovi stili di comunicazione

L’espressione web 2.0 racchiude molti dei fenomeni che caratterizzano la rete com’è attualmente utilizzata e concepita, tanto dagli addetti ai lavori quanto dagli utenti comuni. Pochi tra questi ultimi, in realtà, conoscono l’etichetta che riunisce tali fenomeni (qui un esempio accademico), o quali siano esattamente le questioni e gli aspetti coinvolti (per approfondire, qui 19 riflessioni italiane sul web 2.0).

In generale il web 2.0 rappresenta l’evoluzione della rete da strumento di consultazione a strumento di creazione, condivisione e socializzazione, come mostrato in modo appunto creativo, autoprodotto e condiviso da Michael Wesch, professore di antropologia alla Kansas State University, col riuscito video The machine is Us/ing Us). Anche un articolo pubblicato sull’autorevole Wired e intitolato We are the web sottolinea la portata rivoluzionaria di tale passaggio, avvenuto idealmente in un preciso decennio, dal 1995 al 2005.

Ed è del 2006 la storica copertina della rivista americana Time, dedicata per ogni ultimo numero di dicembre (dal 1927) al protagonista dell’anno in chiusura: al posto del noto personaggio politico o culturale di turno, in copertina appare uno schermo di computer dalla superficie a specchio. Il protagonista del 2006 è You:

Time - You

Le donne e gli uomini che hanno fatto la storia nel 2006 non hanno firmato trattati, compiuto imprese eroiche, aperto o chiuso guerre, ma scritto le voci di Wikipedia, condiviso fotografie e filmati con flickr e YouTube, creato enormi comunità sulla piattaforma di MySpace, scritto milioni di post per milioni di blog. Hanno cioè collaborato su scala mondiale in modo mai visto prima.

2. L’utile e il futile

Oggi un computer collegato alla Rete può offrirci di tutto: notizie costantemente aggiornate, giornali e libri da leggere, programmi televisivi e radiofonici da riascoltare quando preferiamo, previsioni del tempo, un’enciclopedia in continua evoluzione, immagini satellitari di qualunque luogo del pianeta, indicazioni stradali, leggi, modulistica, manuali d’uso, numeri di telefono, negozi virtuali, musica, filmati e foto in una quantità che non riusciremmo a vedere in una vita. E poi blog, forum e migliaia di piattaforme di contatto e scambio tra utenti.

La linfa vitale dell’idea contemporanea di rete è il concetto di connessione: connessione tra siti, tra idee, tra utenti. E il web 2.0 ha indubbiamente fatto fiorire in rete numerose nuove forme di comunicazione e condivisione di pubblica utilità.

Parallelamente, però, si sono sviluppate anche forme di comunicazione fini a se stesse, di carattere autoreferenziale o fintamente sociale. In fondo si sa che ogni strumento può essere usato per fini positivi o negativi. Per fare un esempio immediato e presente alla conoscenza collettiva, pensiamo a YouTube e a chi lo usa per diffondere bravate da scuola, per documentare l’infrazione di limiti di velocità in auto o in moto oppure per mostrare scene di violenza gratuita. Semplicemente perché vuole e può farlo.

La parola avatar viene dalla lingua sanscrita e indica le incarnazioni assunte dalle divinità quando devono svolgere determinati compiti sulla terra (ava “disceso” + tara “terra”). Nel gergo web l’avatar è l’immagine che identifica un utente insieme al proprio nickname. Evidentemente in qualche modo la parola ha trasferito anche nel nuovo significato il senso di onnipresenza e onnipotenza.

3. Autoreferenzialità e marketing

Nel 1968 Andy Warhol disse: “In the future, everyone will be world famous for 15 minutes.” Come non dargli ragione nell’epoca della febbre da 2.0? In molti casi la possibilità di mettere in rete parti di sé ha preso i contorni di un’autoreferenzialità simile a quella che anima chi partecipa ai reality show: non è più importante avere qualcosa da dire e da dare. L’importante è esserci ed essere visibili.

E proprio nello stesso Time della copertina You è apparso anche un interessante articolo che sottolinea gli aspetti di inutilità e, più pericoloso, di depistaggio mentale legati all’uso 2.0 del web, in cui le dinamiche più potenti sono quelle legate alla costante celebrazione di se stessi. La questione potrebbe restare marginale se riguardasse soltanto la preferenza individuale per l’una o l’altra forma di espressione, più o meno imbarazzante. Diventa invece più problematica quando si riflette sul fatto che oggi per un utente del web è virtualmente possibile trascorrere l’intera giornata a consumare soltanto i contenuti che desidera vedere e sentire:

The problem is that there’s a lot of information out there that citizens in an informed democracy need to know in our complicated world with U.S. troops on the ground along two major fronts. Millions of Americans have come to regard the act of reading a daily newspaper – on paper – as something akin to being dragged by their parents to Colonial Williamsburg. It’s a tactile visit to another time… flat, one-dimensional, unexciting, emitting a slight whiff of decay. It doesn’t refresh. It offers no choice. Hell, it doesn’t even move. Worse yet: nowhere does it greet us by name. It’s for everyone.

Ma cosa succede al dialogo se tutti si parlano addosso e contemporaneamente? Quanto il social networking è ancora sociale e quanto autoreferenziale? Persi nella rete, non facciamo più amicizia ma creiamo mere connessioni: non esattamente quello che intendeva Cicerone. Anche il profeta del web 2.0 Tim O’Reilly (che passa ore a creare complicati grafici sull’argomento e li posta sul proprio Flickr) ha espresso una nota critica sulle magnifiche sorti e progressive del web 2.0: troppe richieste di “amicizia” da parte di sconosciuti. C’è il dubbio che qualcosa stia sfuggendo di mano.

Portali come MySpace o Facebook raccolgono milioni di utenti (a queste comunità si deve anche la nascita dell’espressione Second Life, poi passata a indicare un servizio 2.0 a sé), ma molti di essi non rappresentano persone, idee e sentimenti reali, bensì identità false o anche grandi multinazionali (su MySpace si può far parte degli amici di Burger King). Perché? Perché tutte quelle pagine di utenti registrati rappresentano un enorme spazio pubblicitario, piattaforme su cui piazzare prodotti, redditizie a seconda del target e del numero di amici al seguito. La maggior parte dei servizi web 2.0 incentiva gli utenti a stabilire la maggior quantità possibile di collegamenti con altri utenti dello stesso servizio, linkandoli o invitandone di nuovi. Così nella seconda vita il valore sociale di un individuo è legato alla quantità di contatti che è in grado di vantare, e le regole dell’amicizia sono spesso un po’ diverse da quelle della vita reale. E anche il numero degli amici:

Doonesbury 061202

4. Servizi di pubblica inutilità

Concludo con alcuni esempi di eccesso 2.0, ennesimi servizi con nomi strani e pericolosi per la privacy, che però che forniscono ai propri utenti protagonismo e spirito di comunità a buon mercato chiedendo loro non di generare (con fatica e pensiero) contenuti o conoscenza da condividere, ma solo di dare semplici risposte a domande precise come:

What do you want to do with your life? (43 thingsList your goals, Share your progress, Cheer each other on);

What are you doing? (twittercommunicate and stay connected through the exchange of quick, frequent answers to one simple question);

What software do you use? (WakoopaWhy? Because what you use on your desktop is who you are!);

Where are you now? (WAYNSee where your friends are and what they are up to! Meet people who will be in the same place as you!);

Quali utenti di MySpace sono morti recentemente? (MyDeathSpace.comATTENTION: Before submitting a new death, please check the directory first).

Potrebbero sembrare servizi inutili. In realtà aiutano tutti a sentire spirito di appartenenza e a riempire più caselle dell’indispensabile maglietta Are you social? per segnalare al mondo della First Life le proprie affiliazioni 2.0.

Speriamo di non finire per saper comunicare solo così.

ecografia 2.0

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