cibo_cucina_mcgee_ricca_editore_1024x1024Harold McGee
Il cibo e la cucina. Scienza, storia e cultura degli alimenti

Ricca Editore, 2016
884 pagine, tradotto dall’inglese con Federico Rapuano

Nuova edizione in italiano completamente rivista e aggiornata di On Food and Cooking del celebre autore americano Harold McGee, tra i massimi riferimenti per la comprensione scientifica dei misteri della cucina e della preparazione del cibo, tanto che questo volume è stato descritto come “la stele di Rosetta del mondo culinario” (Alton Brown) e “un must per ogni cuoco che possieda una mente curiosa” (Daniel Boulud).

L’opera è divisa in sezioni separate che si focalizzano sui diversi ingredienti, permettendo all’autore di speculare sulla storia dei generi alimentari e della cucina, oltre che sulle caratteristiche molecolari dei sapori dei cibi, il tutto corredato da grafici, diagrammi, immagini e citazioni da varie fonti quali Brillat-Savarin e Plutarco.
Il volume spiega come cucinare molti piatti e include anche antiche ricette utilizzate in epoche passate.

Harold McGee è uno studioso americano che si occupa di chimica, tecnica e storia dell’alimentazione, autore di due importanti libri sull’arte e sulla scienza del cibo.
Il suo primo libro, Il cibo e la cucina: scienza e cultura degli alimenti, venne pubblicato per la prima volta nel 1984 e quindi, in una seconda edizione profondamente riveduta, nel 2004. McGee ha inoltre scritto di natura e salute per il New York Times, la World Book Encyclopedia, The Art of Eating, Food & Wine e tenuto conferenze sulla cucina presso innumerevoli scuole di cucina, università, convegni sull’alimentazione umana.
Dopo aver scritto il suo secondo libro, Keys to Good Cooking, nel 2010, attualmente tiene per il New York Times una rubrica fissa intitolata Curious Cook, che esamina, e spesso sfata, i miti della saggezza popolare riguardanti il mondo del cibo.

Thomas Mann - Karol Kerényi. DialogoThomas Mann – Károly Kerényi
Dialogo. Lettere 1934-1955

Editori Riuniti University Press, Marzo 2013

Nuova edizione critica ampliata del carteggio tra Thomas Mann e l’ungherese Károl Kerényi, il principale studioso di mitologia del Novecento.

Pubblicato per la prima volta in Italia nel 1973 da Il Saggiatore (con note introduttive di Giacomo Debenedetti e traduzione di Ervinio Pocar), in questa nuova edizione a cura di Domenico Conte il Dialogo epistolare tra il celebre scrittore tedesco e il giovane ricercatore magiaro si arricchisce di numerosi testi e brani omessi dalla precedente edizione italiana, che ho avuto il piacere e l’onore di tradurre.

Recensione: Lettere all’alchimista: l’epistolario Mann – Kerényi di Marino Freschi (Il Mattino – 22 Marzo 2013).

Osvaldo Polimanti e le origini della cinematografia scientifica
Carocci Editore, 2011

Cofanetto di due volumi a cura di Lorenzo Lo Russo, Virgilio Tosi e Giovanni Amadori, contenente la mia traduzione dal tedesco del saggio “L’utilizzo della cinematografia nelle scienze, nella medicina e nell’insegnamento” (titolo originale “Wissenschaftliche Kinematographie”) di Osvaldo Polimanti, fisiologo umbro nato nel 1869 a Otricoli, in provincia di Terni, e qui defunto nel 1947 dopo un’intensa attività di ricercatore in Germania.

In questo pionieristico saggio del 1920, pubblicato dall’editore e fisiologo tedesco Franz Paul Liesegang e finalmente tradotto per la prima volta in italiano, Polimanti analizza con grande lucidità il contributo del cinema al progresso della scienza e delle sue applicazioni.

Forse non tutti sanno che la nascita della scienza cinematografica, prima di conquistare le masse grazie ai fratelli Auguste e Louis Lumière, rappresentò una rivoluzione culturale anche in campo medico, fornendo un modo del tutto nuovo di osservare e analizzare la realtà con la possibilità di modificare a piacimento i rapporti spazio-temporali della visione.

Perciò questo saggio è anche un omaggio alla storia del cinema e in particolare al cinema meno noto, quello utilizzato come mezzo di conoscenza nei diversi settori socio-culturali, che ha permesso uno sviluppo delle tecniche cinematografiche e dei diversi settori scientifici, dalle scienze pure a quelle umanistiche, dando le fondamenta anche per il più conosciuto o popolare cinema spettacolo o di intrattenimento.

Polimanti prefigura fin dal 1920 l’utilizzo futuro del cinema nelle scienze, per quanto riguarda ad esempio le previsioni del tempo e le modificazioni climatiche (meteorologia), la trasmissione delle immagini in medicina (telemedicina), l’informazione scientifica (divulgazione e documentari scientifici), la diffusione delle immagini nell’ambito della conoscenza sociale e politico-economica (giornalismo televisivo e della rete informatica), l’educazione scolastica e l’insegnamento universitario (audiovisivi e strumenti computerizzati).

Osvaldo Polimanti riesce ad intuire che molte sue individuazioni si sarebbero realizzate con successo e soprattutto con quell’opportunità di riscontro per la missione medica che, nel primario bene della salute, perpetua quella tensione ideale volta a favorire le migliori risposte per la salvaguardia della vita in un suo accresciuto livello di benessere generale

spiega il neurologo dr. Lorenzo Lorusso, coautore e curatore del libro, presentato al Salone Internazionale del libro di Torino nel maggio 2011.

dalos coverGyörgy Dalos
Giù la cortina. La fine delle dittature nell’Europa dell’Est

Donzelli Editore, 2009
Traduzione dal tedesco di Der Vorhang geht auf. Das Ende der Diktaturen in Osteuropa di György Dalos

György Dalos, scrittore, storico e saggista nato a Budapest nel 1943, si è trasferito in Germania negli anni Settanta in seguito alla sua partecipazione al movimento di opposizione democratica ungherese (per la quale ha subito anche condanne e censure). Oggi vive a Berlino, dove ha diretto l’Istituto di cultura ungherese fino al 1999 e dove va ricevuto numerosi riconoscimenti tra cui il premio Adelbert von Chamisso nel 1995 e la medaglia d’oro della Repubblica ungherese nel 2000.

Anima doppiamente europea, allo stesso tempo orientale e occidentale, Dalos si racconta così in una riflessione scritta nel maggio del 2009 per la Badische Zeitung in vista delle elezioni europee di giugno:

Solo a poco a poco mi sono reso conto di vivere allo stesso tempo in due Europa distinte, il che sollevava quasi con urgenza la domanda: quale delle due devo considerare il mio continente? La metà occidentale, con le sue istituzioni efficienti, i collaudati rituali di tolleranza, i sistemi sanitari dotati di fondi e le irresistibili offerte speciali? Oppure i paesi dell’ex area socialista, con le loro stazioni sgangherate, gli insediamenti pericolanti all’ombra di lussuosi palazzi nuovi di zecca, con atroce povertà e ostentata ricchezza a crescere di pari passo, con la loro frustrata cultura dell’odio, l’aggressiva libertà dei media e i primi goffi tentativi di trovare se stessi nel bel mondo nuovo?

Ed è da questo punto di vista di testimone privilegiato, contemporaneamente sguardo esterno e interno, che in Giù la cortina descrive lo straordinario momento storico vissuto nel 1989 da Polonia, Ungheria, Ddr, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania, paesi che dopo decenni di dominio sovietico avviano finalmente un processo democratico. Dalos ricostruisce in dettaglio gli eventi che determinarono la caduta della Cortina di ferro e con l’ironia e l’acume che lo caratterizzano, dà voce ai protagonisti (uomini politici, ma anche gente comune), portando il lettore nei luoghi che fecero da scenario a quelle vicende.

La fuga in massa dei cittadini della Ddr oltre il confine ungherese, Václav Havel e Aleksander Dubček che si presentano dinanzi alla folla entusiasta di piazza Venceslao a Praga, Ceauşescu e la sua dittatura processati sotto gli occhi del mondo furono l’esito di un susseguirsi di reazioni a catena che colsero impreparata l’opinione pubblica, sorpresa di fronte alla rapidità con cui crollò l’intero sistema.

A distanza di vent’anni le contraddizioni non mancano, ma non c’è dubbio che il 1989 innescò un euforico e irrefrenabile senso di libertà. Proprio in quei giorni, sotto la spinta dell’impegno civile e delle lotte di milioni di persone, furono gettate le basi per la costruzione di una nuova coscienza europea.

paradiso

Rebecca Solnit
Un paradiso all’inferno

Fandango Libri, 2009
Traduzione dall’inglese di A Paradise Built in Hell, con Andrea Spila e Andrea Grechi

Rebecca Solnit è una saggista e attivista statunitense, considerata da alcuni l’erede di Susan Sontag. In Un paradiso all’inferno ci racconta di come le comunità colpite da gravi disastri siano in grado di auto-organizzarsi spontaneamente in iniziative di altruismo e solidarietà che finiscono per renderle delle società migliori, a volte anche dopo il disastro.

Il libro è diviso in cinque grandi sezioni dedicate a singoli disastri: il terremoto di San Francisco del 1906, quello di Città del Messico del 1985, l’esplosione di Halifax del 1917 (traduzione di Andrea Spila), l’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001 (traduzione mia) e l’uragano Katrina nel 2005 a New Orleans (traduzione di Andrea Grechi).

Andrea Spila ha poi scritto un intenso capitolo che fa da appendice all’edizione italiana del libro: qui ha raccolto la sua esperienza e i suoi incontri con la variegata umanità che ha immediatamente reagito al disastro abruzzese senza aspettare l’aiuto dalle istituzioni e che ha contribuito alla rinascita di una società fatta di relazioni, mutuo soccorso e creatività.

E il capitolo aquilano rappresenta in qualche modo l’abbraccio ideale di tutti e tre i traduttori di Un paradiso all’inferno a una città che per ciascuno di noi riveste ruoli e significati che vanno ben al di là di una notizia di cronaca (per me come ex studentessa e oggi docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia, per Andrea Spila per le sue numerose esperienze di formatore, ultima delle quali al Master in Traduzione e Redazione Tecnica dell’università, per Andrea Grechi per legami familiari).

Per questo il 29 settembre abbiamo accompagato l’autrice in una serie di incontri tenutisi all’Aquila presso la tensostruttura dell’Università (a Coppito), e a Onna, la località maggiormente colpita dal quanto riguarda l’incidenza statistica delle vittime. La concomitanza nello stesso giorno di tesi di laurea all’università e di consegna di case in diverse zone della città ha fatto sì che la presenza di pubblico e media potesse essere maggiore, ma non ha tolto intensità all’evento.

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Nella foto: Rebecca Solnit e Andrea Spila durante un momento dell’incontro Da San Francisco a L’Aquila. Le piccole, grandi rivoluzioni della società civile

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